Istituto Giapponese di Cultura
via Antonio Gramsci 74, Roma
ingresso libero
6 aprile ore 20.00
Lo shō deriva dallo sheng cinese e, come questo, appartiene alla famiglia degli organi a bocca. Simili organi a bocca vengono utilizzati in molti paesi dell’Asia orientale e del Sud-est asiatico al fine di creare melodie; solo in Giappone esso viene utilizzato invece per produrre accordi, o meglio clutser (aitake)
MANABE Noyuki è un compositore e suonatore di organo a bocca shō. Nato nel 1971 a Yokohama, ha studiato alla Università delle arti di Tokyo. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il primo premio del prestigioso concorso di composizione per strumenti tradizionali giapponesi bandito dal Teatro nazionale di Tokyo (1998). Molti musicisti hanno composto per lui, tra cui Yamaguchi Jun, Matsuo, Shibayama Takuro , Ichiyanagi Toshi, Terashima Rikuya, Watanabe Yukiko, Kinoshita Masamichi.
Daniele Sestili, etnomusicologo esperto di Asia orientale presenterà le caratteristiche dell’organo a bocca giapponese, le sue tecniche esecutive e la sua storia nel contesto est-asiatico.
Musiche rituali daoiste giovedì 29 marzo 2012 ore 15.00 Istituto italiano di Studi orientali(ISO) via Principe Amedeo 182/B, Roma
Le musiche rituali daoiste saranno eseguite dall’ensemble di Li Manshan, figlio del grande maestro Li Qing (1926-1999), erede della tradizione del monte Hengshan (contea di Yanggao, provincia dello Shanxi, Cina settentrionale). La famiglia Li è la più prestigiosa della contea, con un’eredità di circa nove generazioni. Al suo interno si tramandano tradizioni risalenti al secondo periodo della dinastia Qing (1644-1912). I maestri anziani di oggi erano attivi durante i primi anni del Maoismo e hanno riacquistato vigore dopo il fine della Rivoluzione culturale.
La dottrina e il relativo repertorio musicale del Daoismo, storicamente connessi alla corte imperiale, si sono radicati presso le classi subalterne. Oggi la prassi rituale daoista è caratterizzata da una salmodia, a volte accompagnata da strumenti, come i cimbali, il ‘tamburo’ a fessura muyu e tamburi, nonchè dall’organo a boccasheng e l’oboe guanzi.
I festival (matsuri 祭) estivi in Giappone sono spesso improntati al ricordo dei defunti. La maggior parte dei centri rurali del Tohoku, il Nord-Est colpito dal sisma-tsunami-disastro nucleare dell’11 marzo 2011, non sono stati in grado di reiterare la consuetudine per l’estate. Altre cittadine della zona, quali Rikuzen Takata, Soma, Minami Soma, hanno invece deciso di celebrare il matsuri, dispositivo protettivo tradizionale che permette al gruppo di affrontare i momenti di crisi.
Nel video, realizzato dalla NHK (tv di stato giapponese), gli strumenti musicali, le ‘macchine’ da parata, i costumi recuperati dalle macerie; i comitati locali e il lavoro comune per i preparativi; e, infine, la comunità a raccolta per officiare il rito, nonostante il dramma della distruzione totale, il lutto.
Come detta il pensiero tradizionale giapponese, i sopravissuti delle singole comunità hanno dedicato i matsuri – celebrati nelle spettralità degli abitati devastati: solo cinque mesi erano trascorsi dalla tragedia - a figli, mogli, mariti, genitori, parenti, amici scomparsi in un istante.
Quasi un filmato etnografico su musica folklorica e senso della vita.
Il video sottostante è la celebrazione del matsuri nel 1984 a RikuzenTakata, prefettura di Iwate, una delle località documentate in Riuscite a vedere le nostre luci?
Che cos’è giapponese? E che cosa occidentale? E ancora: è più giapponese un musicista che suona la cetra koto o un cantante punk, sebbene entrambi nati e cresciuti a Tokyo o ad Osaka?
L’ultimo lavoro di Fujiwara Dōzan solleva questi e altri quesiti, come, peraltro, fa la stragrande maggioranza della produzione musicale contemporanea del Giappone, nonchè di altri paesi asiatici. Non è dunque peregrino porsi domande sulla tradizione nella contemporaneità e sulla contemporaneità della musica tradizionale, proprio attraverso il caso del cd Festa, e farlo in un contesto prettamente etnomusicologico. Sono infatti gli strumenti concettuali tipici della nostra discipilina a permettere un’analisi efficace di una realtà complessa quale quella delle culture musicali dell’Asia orientale – Giappone, le due Coree, Cina, Taiwan – contemporanea.
Il flauto dritto shakuhachi è uno tra gli strumenti della tradizione giapponese più noti in Occidente. La parola shakuhachi indica genericamente la tipologia dei flauti dritti, di bambù, con imboccatura a tacca. Lo strumento moderno, impiegato da Fujiwara nel cd, presenta cinque fori digitali, quattro anteriori e uno posteriore; dieci taglie sono comunemente diffuse: la più piccola di circa 39 cm., la maggiore di 91 cm. Il modello convenzionale ha una lunghezza di 54 cm. e produce come nota di base re3. Con un’estensione di oltre due ottave e mezza, il flauto diritto giapponese presenta una ricca gamma di tecniche esecutive: chiusura parziale dei fori digitali, maggiore o minore inclinazione dello strumento rispetto alla bocca, oscillazione verticale ed orizzontale dalla testa per produrre vari tipi di vibrato, note ribattute grazie a differenti diteggiature e portamenti, e molto altro ancora.
Il flauto dritto è uno dei tre strumenti principali impostisi sulla scena musicale urbana del periodo Edo (1603-1867), insieme al koto e lo shamisen, liuto a manico lungo. Apparso almeno all’inizio del XVII secolo come utensile rituale di monaci questuanti di una setta zen, lo shakuhachi trova gradualmente diffusione anche in àmbito profano, cittadino e folklorico. Questi tre maggiori strumenti del periodo vengono pure impiegati insieme, in una sorta di musica da camera detta sankyoku(per un approfondimento sullo strumento e la sua storia, si veda Blasdel 2005, Tsukitani 2008 e il sintetico Sestili 2001).
La transcontestualizzazione del flauto dritto giapponese, avviata dalla cosiddetta modernizzazione (1868) e proseguita in modo intensissimo sino ai giorni nostri, ha permesso al versatile strumento di frequentare con successo generi e contesti esecutivi diversi (Seyama 1998). Caso abbastanza noto è quello della musica ‘contemporanea’ (Iwamoto 1994), ma il ventaglio di generi spazia dalla salsa alla new age. I repertori tradizionali sono però tutt’oggi saldamente eseguiti e tenuti in grande considerazione (Sestili 2002).
Fujiwara Dōzan, classe 1972, con Festa giunge alla sua ottava fatica discografica. Allievo di un prestigioso maestro della scuola Tozan, il tesoro nazionale vivente Yamamoto Hōzan, Fujiwara completa gli studi presso l’Università delle arti di Tokyo. Di formazione classica, segue nondimeno le orme del suo maestro, e di molti altri musicisti tradizionali dopo il secondo conflitto mondiale. Yamamoto, per esempio, suona nel disco del clarinettista statunitense Tony Scott Music for Zen Meditation, del 1964, e introduce, nel 1967, la sua arte al festival jazz di Newport. Analogamente Fujiwara, accanto alla frequentazione del repertorio classico, porta avanti da oltre un decennio collaborazioni con artisti quali Sakamoto Ryūichi e con musicisti europei.
Il cd Festa, eseguito con il quartetto Steude, formato da membri dell’Orchestra filarmonica di Vienna, presenta un programma di assoluto interesse, emblematico – come si accennava all’inizio – della vita musicale giapponese. Infatti, a fianco di alcune composizioni originali del flautista (Minori, Gekka chikuin, tracce 1 e 15) e dell’arrangiatrice dell’intero cd Ōshima Michiru (Lune, La festa, 9 e 16), Fujiwara e il quartetto di archi affrontano musica classica europea, un brano del repertorio per shakuahachi (8), un pezzo di uno storico compositore giapponese di scuola occidentale, Yamada Kōsaku (1886-1965) (2), e un arrangiamento di un canto folklorico kazako (17), nella ‘lezione’ proposta dal violoncellista Yo-Yo Ma. E’ ‘naturale’ per Fujiwara cimentarsi con Flow my tears (3) di John Downland, proporre una delle suite per orchestra di Bach, la BWV 1067 (4-7), per poi proseguire nell’impegnativo Kokū - del repertorio originale del flauto dritto, detto honkyoku- seppure “trascritto” per shakuhachi e quartetto d’archi, fino a virare sul felice arrangiamento delle Danze popolari rumene di Bartók (10-14), innervate dall’uso di diverse taglie di shakuhachi. Dischi come Festa devono necessariamente portarci a rivedere l’opposizione musica tradizionale/musica occidentale in relazione ai paesi asiatici. Ed è bello che ciò avvenga con opere ambiziose e sostanzialmente riuscite.
Blasdel Yohmei Christopher,The Single Tone. A Personal Journey into Shakuhachi Music, Tokyo, Printed Matter Press, 2005
Iwamoto Yoshikazu,The Potential of the Shakuhachi in Contemporary Music, “Contemporary Music Review”, 8/2, 1994, pp. 5-44
Scott Tony, Music for Zen meditation (Tony Scott, clarinetto, Yamamoto Hōzan, shakuhachi, Yuize Shin’ichi, koto), Verve, V6-8634, 1964 (cd 817 209-2)
Seyama Tōru,The Re-contextualisation of the Shakuhachi (Syakuhati) and its Music from Traditional/Classical into Modern/Popular, “the world of music”, 40/2, 1998, pp. 69-84
Sestili Daniele, Il racconto dello shakuhachi. Come uno “strumento dello Zen” divenne strumento musicale, “Avidi lumi”, V/13, 2001, pp. 22-25
Sestili Daniele, Shakuhachi, il piacere del gesto-suono. Incontro con Mitsuru Saitō, musicista ed etnomusicologo, “Il giornale della musica”, febbraio (168), 2002, p. 35
Tsukitani Tsuneko, The shakuhachi and its music, in Alison McQueen Tokita, David W. Huges (edited by), TheAshgate Research Companion to Japanese Music 7, Aldershot, Ashgate, 2008, pp. 145-168
Il 3 marzo prossimo si celebra il Music Freedom Day, un evento ideato da Freemuse.org , organizzazione internazionale indipendente che si occupa della libera espressione musicale di musicisti e compositori di tutto il mondo.
Nata dalla prima conferenza mondiale su Musica e Censura svoltasi a Copenhagen nel 1998, coordina le propria attività dalla capitale danese e include fra i suoi principali obiettivi quello di documentare le violazioni della libertà d’espressione operate da governi, poteri politici o religiosi nei confronti di musicisti e compositori.
Il Music Freedom Day prevede tante manifestazioni nel mondo dedicate al tema della censura e chiunque vi può aderire con spettacoli o altre iniziative.
In Italia, Freemuse è supportato dalla radio indipendente Hibrido Radio, un network dedicato alle musiche del mondo che quest’anno proporrà due giorni di concerti e dibattiti nella città di Bologna dove ha sede la radio.
Etnomusicologica supporta questo evento invitando i musicisti che abbiano già in programma un concerto per quella data a esibire il logo del Music Freedom Day per sensibilizzare il loro pubblico e diffondere un messaggio di libertà.
Aggiornando la nostra lista di blog e siti dedicati all’universo sonoro ci siamo imbattuti in News and Noise, un blog relativo al ruolo dei suoni, della cultura e dell’arte sulla società contemporanea. Molto interessante è il post sulla recente rivoluzione in Egitto e sul ruolo che possono avere musiche e canzoni in questo tipo di avvenimenti.
Sul versante prettamente etnomusicologico, mcseychelles è il blog in francese di una giovane dottoranda in etnomusicologia all’università di Montréal che condivide con il web le sue esperienze. Tante le notizie curiose e interessanti sulle varie tradizioni musicali dell’arcipelago.
Luso Music è invece una raccolta di video che ci raccontano la musica delle comunità e dei paesi lusofoni, circa 210 milioni di persone in tutto il mondo.
Vorremmo soltanto dire grazie a tutte le persone che condividono le loro passioni.
Il XVII seminario internazionale di etnomusicologia verrà ospitato come di consueto dalla Fondazione Cini a Venezia dal 26 al 28 Gennaio prossimi.
Tema dell’incontro che vedrà la partecipazione degli specialisti italiani e stranieri sarà:
Etnomusicologia, musicologia evolutiva e neuroscienze
“Fin dalle sue origini, l’etnomusicologia, a riprova della propria vocazione positiva e transculturale, si è interrogata sui processi mentali e cognitivi del fare ed ascoltare musica.
Basti pensare che il primo centro di ricerca etnomusicale, la cosiddetta Scuola di Berlino, si costituì nei primi anni del secolo scorso, in un quadro di comparativismo evoluzionista, all’interno di un Istituto universitario di Psicologia. Già negli anni trenta, con gli studi di George Herzog sugli idiomi musicali delle diverse società native nordamericane e, in seguito, di due suoi illustri allievi come George List e Bruno Nettl, l’etnomusicologia si è anche specificamente occupata delle relazioni tra musica e linguaggio e dei molteplici livelli di formalizzazione fonica e ritmica della parola nelle diverse culture; che, a conclusione del suo libro più famoso, How musical is man? (1973), John Blacking affermava che la musica può fornire un’immagine, senza interferenze, della mente e dei generali schemi d’interazione dell’uomo; per non parlare, poi, dell’esteso filone di studi etnologici, psicologici ed etnomusicologici, sulle relazioni fra musica e stati non ordinari di coscienza, fiorito soprattutto nel ventennio ’60-’80 dello scorso secolo.
Soprattutto negli ultimi venti anni vi è poi stato uno sviluppo crescente, nell’ambito delle neuroscienze (ma anche della neuro-psicologia, della musicologia neo-evoluzionista, della biolinguistica, della paleoetnologia), dello studio scientifico dei processi cognitivi della musica, in relazione sia ai meccanismi cerebrali implicati in tali processi, sia ad altre forme e comportamenti espressivi e comunicativi umani (anche rispetto a quelli di altre specie animali), in primo luogo al linguaggio e alla sua filogenesi. Questi nuovi ambiti di studio fanno ogni giorno nuovi progressi, grazie alle sempre maggiori potenzialità della tecnologia informatica e alle possibilità di studio e sperimentazione dei processi cerebrali offerte oggi da nuovi strumenti d’indagine clinica, e opere come The Origins of Music di Nils L. Wallin, Björn Merker e Steven Brown (2000), Music, Language and the Brain di Aniruddh D. Patel (2008), ma anche The Singing Neanderthals dell’archeologo Steven Mithen (2005), hanno avuto una straordinaria diffusione, mentre d’altra parte, termini e locuzioni come neuroscienze cognitive della musica, musical processing, musicologia cognitiva e cognitivismo musicale, biomusicologia, musilinguaggio, suonano ormai familiari anche per i musicologi, soprattutto per quelli sistematici e interculturali da sempre interessati alla musicalità umana, come sono appunto gli etnomusicologi.”